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23.04.2012 - Articolo
Dal PFL al Delta dell'Irrawaddy, nel sud del Myanmar

Dopo gli studi di architettura al Politecnico federale di Losanna (PFL) e una prima esperienza professionale all'estero, Mikhail Broger, 35 anni, ha raggiunto il Corpo svizzero di aiuto umanitario nel 2011. Nell'ottobre dello stesso anno è inviato nel sud del Myanmar per la sua prima missione.

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Architetto di formazione, Mikhail Broger svolge la sua prima missione per il Corpo svizzero di aiuto umanitario. [© DSC]

«Ho raggiunto il Delta dell'Irrawaddy come consigliere nell'ambito della ricostruzione. Ansioso alla partenza (Sarò all'altezza del compito affidatomi?), mi sono immerso completamente nel lavoro ambientandomi senza troppe difficoltà.» L'ufficio principale di Mikhail Broger e della sua équipe si trova nel cuore del Delta, nella cittadina di Bogale. «Da lì effettuiamo le visite ai cantieri da un sito all'altro, su una delle cinque barche a disposizione, percorrendo le innumerevoli ramificazioni dell'Irrawaddy.»

Un quindicina di cantieri in corso
Nel 2008, la regione è stata devastata dal ciclone Nargis, che ha causato la morte e la scomparsa di 140000 persone. Quattro anni più tardi, l'impegno dell'Aiuto umanitario si concentra sulla ricostruzione e sulla prevenzione, traducendosi in particolare nella costruzione di scuole anticicloniche.

«Questi edifici hanno una doppia funzione, spiega Mikhail Broger. Da un lato fungono da scuola e centro comunitario, dall'altro da rifugio anticiclonico. Il progetto comprende una componente puramente tecnica, che gestiamo con il nostro gruppo di ingegneri in loco, e una componente sociale volta a sensibilizzare le comunità alle questioni di prevenzione, di riduzione dei rischi, di manutenzione e di igiene o di gestione dei rifiuti.»

Dall'inizio del programma alla fine del 2009, 18 scuole sono state inaugurate nel Delta dell'Irrawaddy. Alla fine del progetto, l'équipe di Mikhail Broger dovrebbe averne costruite una quarantina.

Mikhail Broger segue attualmente una quindicina di cantieri. «Ciò può diventare un vero e proprio rompicapo logistico, racconta. A seconda delle correnti e delle maree, alcuni siti diventano inaccessibili. Un'altra difficoltà in cui mi imbatto è la comunicazione, a volte difficile a causa della lingua. Tengo particolarmente anche alla formazione degli ingegneri, non sempre al passo con il livello delle esigenze in Svizzera. Nel nostro lavoro il trasferimento delle competenze è estremamente importante.»

Superare le differenze culturali
Il ginevrino partecipa inoltre ad altre attività nei villaggi, in occasione di riunioni legate al progetto o di diverse manifestazioni sociali o culturali. «Superare le differenze: per me ciò costituisce certamente l'aspetto più coinvolgente della mia missione, ma anche il più esigente. Oltre alla perizia tecnica necessaria per integrare il Corpo svizzero di aiuto umanitario, occorre sapersi esprimere in più lingue e dar prova di tatto e diplomazia.»

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